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Per i giovani occorre una svolta
Nell’intervista odierna rilasciata al quotidiano economico - finanziario ITALIA OGGI, il presidente CNGeGL Maurizio Savoncelli – in base ai primi risultati sulle iscrizioni online resi noti dal MIUR - conduce un’attenta analisi sulle scelte della scuola superiore fatte dai ragazzi insieme alle famiglie, sottolineando l’importanza di un allineamento dei corsi di studio alle future esigenze del mercato. Un cambio di passo che può fare la differenza per il futuro dei nostri figli e per il nostro Paese, a cui la Categoria sta lavorando da tempo affinché siano colte le opportunità in un mondo che cambia


Presidente Maurizio Savoncelli, cominciamo con il primo argomento: la scelta della scuola superiore. Al tempo del Covid, verrebbe da aggiungere. 
I dati di sintesi pubblicati dal MIUR segnalano l’ulteriore crescita dei licei, scelti dal 57,8% dei ragazzi (+ 1,5% rispetto all’anno precedente); la sostanziale tenuta dei tecnici, scelti dal 30,3% (- 0,5%), con una netta prevalenza del settore tecnologico (20,3%, + 0,7%) su quello economico (10%, - 1,2%); l’ulteriore flessione dei professionali, scelti dall’11,9% (- 1%). Sono dati ancora parziali, relativi alle sole iscrizioni online e passibili di convalida da parte dei singoli istituti, ma più che sufficienti per formulare una prima indicazione: l’immutabilità del trend decennale del fenomeno della “liceizzazione” a fronte di cambiamenti epocali che definiscono con chiarezza le conoscenze e le competenze utili ad affrontare il post- Covid, che sono già parte integrante dell’offerta didattica degli istituti tecnici. Che, purtroppo, rimane in larga parte inesplorata dagli studenti.

Quali sono, a suo avviso, i motivi della persistenza del trend? E come potrebbe essere invertito per restituire centralità ad una parte consistente del sistema dell’istruzione secondaria superiore, che oggi più che mai merita grande attenzione?
I motivi della “disaffezione” sono noti e riconducibili principalmente a due fattori. Il primo è la convinzione che sia preferibile andare al liceo qualora si voglia proseguire con un percorso universitario: convinzione smentita dai fatti, o meglio, dai risultati positivi conseguiti dai diplomati tecnici soprattutto nelle facoltà scientifiche. Il secondo è l’influenza esercitata dalle famiglie che, seppure legittima e fisiologica, tende ad indirizzare i figli verso scelte formative tradizionali, non avendo elementi sufficienti per valutare in profondità la formazione curriculare più adeguata per affrontare un mondo del lavoro che cambia ad una velocità sconosciuta alle generazioni cresciute in epoca pre-digitale: alcune scelte validissime in anni anche recenti oggi non lo sono più, e ancor meno lo saranno nel prossimo futuro, quello green e digitale disegnato dalla pandemia. A ciò si aggiunga che in Italia non si è mai completamente sviluppata quella “cultura professionalizzante” che ha consentito a molti paesi europei di incrementare il numero dei laureati, sorpassando in maniera netta l’Italia. Per invertire queste dinamiche, la via maestra è impegnarsi in politiche di orientamento capaci di creare connessioni tra la scuola e il mondo del lavoro e fornire ai ragazzi risposte precise, circoscritte ed esaurienti a domande fondamentali quali “A cosa mi preparano i vari corsi di studio? Che tipo di lavoro mi consentiranno di svolgere?” E, soprattutto, dare evidenza dei reali sbocchi occupazionali, supportando studenti e le famiglie con report e dati elaborati da istituti di ricerca e osservatori (in Italia ve ne sono di eccellenti): un possibile antidoto anche alla sovra-rappresentazione mediatica di professioni che il mercato non è in grado di assorbire se non in forma episodica o precaria, ma che ugualmente sembrano essere entrati nell’imaginario collettivo come vie di sicuro accesso al lavoro.

In estrema sintesi: occorre porre un’attenzione maggiore alle richieste del mondo del lavoro.
Si, e con uno sguardo lungo, di visione, perché se è vero che da qui al 2050 il mondo del lavoro sarà rivoluzionato dalla tecnologia, è altrettanto evidente che nel futuro post-Covid si avrà sempre più bisogno di alcune figure “tradizionali”, prime fra tutte quelle in ambito sanitario:  alle considerazioni emerse in relazione alla drammatica carenza resa evidente dal Covid-19, si aggiunga che la popolazione italiana, tra le più anziane al mondo, avrà bisogno di sempre maggiore cura e assistenza (secondo i dati Istat, nel 2050 circa l'8% degli italiani avrà più di 85 anni). Analogamente per i professionisti del territorio, tra i quali i geometri: saranno loro, per primi, a fornire soluzioni innovative nei processi di trasformazione delle aree urbane e rurali e di riconfigurazione degli spazi pubblici; negli interventi di rigenerazione ed efficientamento energetico; nella prevenzione dei rischi naturali e manutenzione dell’ambiente costruito; nell’abbattimento dell’inquinamento indoor per l’innalzamento del comfort abitativo e la salubrità degli edifici. Di queste figure la nostra società avrà un bisogno crescente, e ciò rende strategico un orientamento capace di armonizzare le legittime aspettative dei ragazzi e delle famiglie con le esigenze del mondo del lavoro. In questa direzione non mancano certo le eccellenze: in alcuni territori in cui la richiesta di profili intermedi qualificati è elevata, la forbice delle iscrizioni tra licei e tecnici è notevolmente ridimensionata rispetto al dato nazionale, ma è un fenomeno “a macchia di leopardo”. 

C’è da dire che l’orientamento online reso necessario dall’emergenza sanitaria non ha aiutato a creare consapevolezza sulla necessità di “cambiare passo” nella direzione auspicata, di collegamento tra scuola e (nuovo) lavoro.
Più di una volta ho sottolineato i rischi dell’assenza pressoché totale delle attività di orientamento in entrata e in uscita che, giova ricordare, sono fondamentali  non solo per favorire la scelta consapevole del percorso formativo, ma anche per contrastare la dispersione scolastica (resa ancora più acuta  dalla didattica a distanza) e il fenomeno dei NEET (Not in Education Employment or Training), circa due milioni di ragazzi di età compresa tra 15 e 29 anni che non studia e non lavora, balzati di 482mila unità nel 2020. A fronte di questo scenario, è doveroso stimolare una riflessione sulla necessità di innovare i programmi didattici potenziando l’offerta di istruzione tecnica e professionale e sensibilizzando i giovani allo studio delle materie tecnico-scientifiche e alle discipline STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), ovunque le più richieste e meglio retribuite, ma scelte da un numero esiguo di studenti  italiani: il 24,6% sul totale dei laureati tra 25 e 34 anni, la percentuale più bassa d’Europa. In questa direzione, è soprattutto l’università che deve assumere la responsabilità di puntare su scelte formative sensibili agli esiti occupazionali, ivi comprese le lauree triennali professionalizzanti, introdotte dal decreto Giannini 987/2016. E qui vorrei collegarmi al secondo fenomeno che ho citato come meritevole di riflessione.

La disoccupazione giovanile salita al 29,7%, come certificato dall’Istat. 
A questo dato, tanto impressionante quanto inaccettabile, è possibile imputare anche quello dei tantissimi giovani penalizzati dal cosiddetto skill mismatch, il disallineamento tra percorsi di studio ed esigenze del mercato del lavoro; un fenomeno dal forte impatto sociale ed economico, che può essere efficacemente ridimensionato orientando gli studenti nell’ottica (anche) dell’occupabilità. In questo percorso la scuola – che è e deve essere il principale riferimento degli studenti e delle famiglie – potrà essere affiancata da una pluralità di soggetti espressione del mondo del lavoro e del territorio, una sorta di “comunità educante” chiamata a dare il proprio contributo per identificare e sviluppare i talenti di ciascuno. 

La Categoria è parte integrante di questa “comunità educante”: da anni è presente nel tessuto sociale con “Georientiamoci. Una rotta per l’orientamento”.
Il progetto didattico della Fondazione Geometri Italiani è giunto alla sua ottava edizione con la consapevolezza di dovere rafforzare il proprio impegno al fianco dei docenti e della collettività, offrendo ogni contributo per evitare il depauperamento della scuola, dell’istruzione e del sapere, ambiti che rischiano di pagare un prezzo davvero troppo alto alla pandemia. Anche in questa emergenza la Categoria è al servizio del Paese.

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